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  • L’Ingegner Manetti ci introdurrà nel misterioso ed artistico mondo dei numeri …

    L’Ingegner Manetti ci introdurrà nel misterioso ed artistico mondo dei numeri …

    di Mauro Manetti

    Previsioni astrologiche e numerologiche per l’anno 2026:

     ASTROLOGIA

    Nel mese di Maggio 2026 il pianeta Urano, nel segno dei Gemelli, forma un trigono con Plutone, nel segno dell’Acquario. L’aspetto sarà attivo fino al 2029. Ciò significa che dal 2026 inizierà una nuova era tecnologica con grandi cambiamenti sul piano collettivo. Sappiamo tutti che nel 2026 l’Intelligenza Artificiale (I.A.) è molto diffusa e farà grandi progressi cambiando il modo di vivere dell’umanità. Urano, che rappresenta il progresso e il cambiamento, è nei Gemelli, segno che rappresenta la comunicazione e sperimentazione. Plutone, che rappresenta l’inconscio collettivo, è nell’Acquario, che rappresenta il progresso e l’originalità ma anche il senso di fratellanza fra gli uomini. Saturno, che rappresenta la disciplina e la logica entra in Ariete a metà Febbraio, addomesticando l’irruenza dell’Ariete con effetti positivi sui rapporti fra i popoli per circa 2 anni e mezzo.

    NUMEROLOGIA

    Numero dell’anno 2026: 2+0+2+6= 10= 1+0= 1

    Il n.1 indica “Un nuovo inizio”, un nuovo indirizzo del  pensiero e dell’attività umana. Questo numero è 2 rappresentato dal Sole e indica il progresso ma, in negativo, anche il dominio.

    ARCANI MAGGIORI DEI TAROCCHI

    I numeri influenzano la nostra esistenza organizzandosi per creare delle sinfonie con 10 note dette “Decave”. Ogni numero è una spirale composta da dieci elementi o Decave. I risultati vengono espressi tramite gli Arcani Maggiori dei Tarocchi.

    2+0+2+6= 10 – ARCANO X: La Ruota della Fortuna

    Questo arcano rappresenta l’influenza generale dell’anno. Ma ci sono i suoi dieci piani e occorre

    determinare su quale piano si manifesta.

    2026-10= 2016 (dalla cifra dell’anno si sottrae il valore dell’arcano trovato) 2016:9= 224; 2+2+4= 8 (dividendo per 9 si trova la radice del numero). A questo livello di influenza si aggiunge una unità per trovare lo sviluppo del numero.

    8+1= 9 – ARCANO IX: L’Eremita

    L’ARCANO X indica che il 2026 è un anno in cui ci saranno molte ricerche sul piano tecnologico come, ad esempio, gli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale.

    L’ARCANO IX ci dice che tutto deve essere indirizzato 3 verso l’evoluzione della coscienza umana. Ricordiamo che nell’arcano X c’è una ruota ma anche una Sfinge, che ci sfida a trovare la risposta giusta al suo quesito. Il valore della sigla I.A., espresso tramite le lettere ebraiche è:

    1+10= 11, Arcano XI: La Forza

    Il n.11 è molto potente perché è un numero doppio. Indica intuizione e rinnovamento.

    L’Arcano IX, La Forza, è rappresentato una donna che apre le fauci di un leone. Perciò è la forza femminile che usa l’intuizione e il fascino per addomesticare l’istinto. L’uso della I.A. (o A.I., Artificial Intelligence) può essere molto pericoloso sul piano dello sviluppo spirituale dell’umanità. Come indicano i saggi e le teorie evolutive antiche, l’uomo viene da un livello di coscienza molto superiore a quello che possiede oggi. Il decadimento è causato dalla vita sociale, dalla politica e, in parte, anche dalle religioni.

    Oggi la Fisica Quantistica ci parla di un piano sottile in cui tutte le condizioni della materia, anche quelle opposte fra di loro, sono coesistenti. Inoltre ci dice che la probabilità di manifestazione di alcune specifiche condizioni dipende dalle nostre scelte.

    Poiché l’evoluzione sta nel ritrovare la coscienza da cui proveniamo, l’uso della I.A. potrebbe essere causa di ulteriori condizionamenti. A favore dell’uso della I.A. c’è una grande espansione delle comunicazioni che rende molto più sensibile la coscienza individuale e la partecipazione all’esperienza degli altri. Questa comunione di emozioni e di pensieri contribuisce allo sviluppo della pace individuale e sociale.

    Il futuro dipende dall’uso che sarà fatto dell’I.A. e dalle capacità dell’individuo di usarla senza lasciarsi condizionare. E’ importante che l’individuo percepisca e segua la spinta evolutiva. Ma per fare questo è necessario che cessi di identificarsi con l’immagine che la vita sociale gli propone e risvegli la capacità di prendere coscienza del flusso continuo di emozioni e di pensieri che affollano e condizionano la sua coscienza abituale.

  • Dario Neri e l’essenza del paesaggio senese

    Dario Neri e l’essenza del paesaggio senese

    di Marco Cerruti

    Se è vero che il paesaggio è sintesi di natura e cultura e da sempre educa e ispira l’atto creativo,  non può stupire che quello senese e della Val d’Orcia in particolare, sia stato maestro d’innumerevoli artisti che nei secoli ne hanno saputo interpretare lo spirito più autentico. Dalle campagne trecentesche degli affreschi di Ambrogio Lorenzetti ai celebri paesaggi senesi di Zoran Mušič, dai film di Franco Zeffirelli agli scatti di Berengo Gardin e Franco Fontana, innumerevoli sono le opere degli artisti che il territorio senese in ogni epoca ha ispirato.

    Pochi altri luoghi come questa incantevole parte di Toscana, ci aiutano a comprendere il significato di etica del paesaggio, un concetto già chiaramente intuito nel trecento da Ambrogio Lorenzetti che lo tradusse nel ciclo di affreschi dell’ Allegoria ed effetti del buono e del cattivo governo nel Palazzo Pubblico di Siena. Qui infatti l’etica degli uomini si rispecchia con grande evidenza nell’estetica del paesaggio da loro stessi generato.

    Ripercorrendo a ritroso la storia dell’arte del ‘900 legata al territorio della Val d’Orcia, ci sorprende la personalità poliedrica di Dario Neri (1895 – 1958): artista, intellettuale ed imprenditore di successo  nato in queste terre,  colui che Enzo Carli definì “Il maggior pittore senese del nostro secolo. Il pittore delle crete”.

    Dario Neri nacque a Vescovado di Murlo, in provincia di Siena, nel 1895, interruppe gli studi tecnici per dedicarsi all’arte e si formò a Firenze dove fu allievo del pittore e incisore Adolfo De Carolis. Nel 1914 ottenne l’abilitazione all’insegnamento all’Accademia delle Belle Arti e negli anni ’20 e ’30 dimostrò una grande versatilità artistica occupandosi di pittura, decorazione parietale, design di arredi, grafica editoriale e xilografia. Neri divenne noto in particolare per i suoi paesaggi che ritraggono le campagne senesi, il Chianti e la Val d’Orcia. Nel 1944, fondò a Firenze la casa editrice Electa, specializzata in pubblicazioni d’arte che sotto la sua guida divenne un punto di riferimento internazionale nel settore. Collaborò con importanti intellettuali del suo tempo, tra cui il critico d’arte Bernard Berenson e lo scrittore Carlo Emilio Gadda che lo definì “Il pittore della campagna senese”.

    Così l’artista stesso sintetizzò il suo modo di fare pittura:

    “Io non adopero più, effetti impressionistici perché la vastità del paesaggio non comporta facili giochi di luci brillanti e il colore si richiede parco come in un affresco. Dà molto risalto invece al volume perché la forma di questo paesaggio lo esige e con un ragionato chiaro-scuro ricerco una plastica precisa”.

    Neri vede la materia, le forme e i volumi che formano il paesaggio e ne ricerca l’essenza più profonda, quel potere evocativo della terra che non può essere rappresentato attraverso “l’attimo luminoso” di memoria impressionista, ma piuttosto con una pittura plastica di forme ben definite nello spazio, dove le ombre chiaroscurali e l’atmosfera sospesa aiutano il pittore a rendere il senso evocativo dell’enigma.

    Dario Neri esprime una concezione quasi panica della natura, una felice fusione con essa che la pittura gli permette di raggiungere. Affermò:

    “Queste monotone desolate distese di argilla rotte da burroni, da fossi, da crepacci, che ora si coprono di verde e del rosso dei prati, del giallo del grano maturo e poi ritornano desolatamente bianche e nude fino a che l’autunno non vi accende macchie d’oro e di viola dei querceti e l’inverno col gelo le riduce deserti lividi, mi esaltano e mi commuovono e dipingendole io mi sento perfettamente felice. […]”

    I paesaggi di Neri hanno anche la capacità di racchiudere quella dimensione atemporale che ancora oggi si avverte percorrendo le valli senesi o affacciandosi dalla loggia di Palazzo Picolomini a Pienza, la stessa che ispirò il doppio loggiato  voluto da Neri per la sua casa di Campriano. Qui, nel prospetto volto verso la campagna, progettato dal Rossellino, ci pervade una sensazione di perfetto equilibrio tra natura e lavoro umano, tra paesaggio e architettura, tra etica ed estetica, qui è ancora possibile avvertire con forza quella presenza viva del genius loci, l’essenza stessa del paesaggio senese, quello spirito del luogo che le tele di Dario Neri ci possono aiutare ancora una volta ad evocare.

    Dario Neri

    Invitiamo i lettori a scoprire il profilo del Maestro Neri in questo sito:

    https://www.contradacapitanadellonda.com/dario-neri-il-capitano-artista

  • Contemporaneo al bivio, tra rinnovamento estetico e cedimenti dimercato.

    Contemporaneo al bivio, tra rinnovamento estetico e cedimenti dimercato.

    di Fulvio Ravagnani

    Il panorama dell’arte contemporanea vive oggi una fase di intensa trasformazione, dove le tensioni estetiche si intrecciano in maniera sempre più stretta con i meccanismi del mercato. Non si tratta soltanto di nuovi linguaggi e tematiche, ma di un vero e proprio riposizionamento del sistema, segnato da entusiasmi innovativi e allo stesso tempo da fragilità strutturali. Sul piano dei contenuti, gli artisti si confrontano con le urgenze più pressanti della contemporaneità.

    La riflessione sull’identità e sull’inclusione, un tempo confinata a spazi marginali, è ormai pienamente accolta dalle principali istituzioni e biennali. Opere come quelle della boliviana Violeta Ayala, che intrecciano intelligenza artificiale, oralità indigena e narrazione femminile, o i mondi digitali dell’artista cinese Lu Yang, in cui avatar e cosmologie orientali dissolvono il concetto stesso di genere e corporeità, mostrano come l’arte oggi sia al tempo stesso documento politico ed esperienza estetica. Parallelamente, emerge con forza l’interesse verso la tecnologia e i suoi limiti.

    Mostre come Inanimate, presentata a Londra, interrogano l’intimità mediata da algoritmi, la memoria dei corpi digitali e la sottile frontiera tra umano e non-umano, mettendo in luce quanto l’AI non sia solo un mezzo formale, ma anche un oggetto di critica culturale. Eppure, nonostante la spinta tecnologica, non si può parlare di un superamento delle forme tradizionali. Al contrario, si assiste a un ritorno della pittura e della scultura, spesso reinterpretate con un approccio materico e ibrido. Installazioni che combinano elementi organici e sintetici, opere che uniscono tessuti, oggetti domestici e suono, esperienze immersive che oscillano tra intimità e spettacolarità: tutto concorre a costruire un’estetica dell’ibrido, dove il concetto di medium è sempre più poroso e secondario rispetto alla capacità di generare esperienze e relazioni.

    Se dal punto di vista stilistico l’orizzonte appare fertile e complesso, quello del mercato si rivela più instabile. Secondo il The Art Basel & UBS Art Market Report 2025, il settore Post-War e Contemporary ha registrato nel 2024 un fatturato complessivo di circa 57,5 miliardi di dollari, in calo del 12% rispetto all’anno precedente. Una frenata significativa, che si inserisce dopo anni di crescita e che segnala la vulnerabilità di un mercato fortemente polarizzato: Stati Uniti, Cina e Regno Unito concentrano da soli circa l’80% del valore delle vendite. Non meno eloquente è il dato relativo al segmento “ultra- contemporaneo”, ovvero gli artisti nati dopo il 1975, che ha visto un crollo del 37,9% tra il 2023 e il 2024, sintomo della fragilità di un comparto ancora fortemente speculativo. Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda la distribuzione dei prezzi.

    Se le cronache celebrano i record d’asta di Jean-Michel Basquiat, capace di generare fino a 240 milioni di dollari in vendite, o le quotazioni milionarie di Yoshitomo Nara e George Condo, la realtà per la maggioranza degli artisti è ben diversa. Oltre la metà dei lotti venduti alle aste contemporanee nel 2024 hanno registrato un prezzo inferiore ai 610 dollari, e quasi l’80% non ha superato i 3.370 dollari. La distanza tra il ristretto vertice dei trophy artists e la larga base della produzione contemporanea appare quindi sempre più drammatica, rivelando una disuguaglianza interna che rischia di soffocare la sperimentazione.

    In questo contesto, il profilo dei collezionisti sta cambiando. Accanto ai grandi investitori internazionali, emerge una generazione più giovane, sensibile ai temi di inclusione, sostenibilità e accessibilità, con disponibilità economiche più contenute, ma con un ruolo crescente nel ridefinire i criteri di valore. Il collezionare non è più soltanto una forma di investimento, ma diventa partecipazione a un progetto culturale e politico.

    Anche le politiche fiscali cercano di sostenere il mercato: l’Italia, ad esempio, ha recentemente abbassato l’IVA sulle opere d’arte dal 22 al 5%, nel tentativo di stimolare il commercio interno e di rafforzare il ruolo dei collezionisti locali. L’impressione complessiva è quella di un sistema in bilico. Da un lato, l’arte contemporanea continua a rinnovarsi, trovando nella tecnologia e nei temi sociali una linfa creativa vitale; dall’altro, il mercato che la sostiene sembra meno solido, sempre più esposto a oscillazioni globali, disuguaglianze interne e tensioni speculative.

    La sfida dei prossimi anni sarà quella di costruire infrastrutture culturali e finanziarie capaci di garantire sostenibilità anche agli artisti meno noti, valorizzando il pluralismo delle pratiche senza piegarle alla logica del profitto immediato. Solo così il contemporaneo potrà trasformare le proprie fragilità in occasioni di rinnovamento e continuare a rappresentare, nel bene e nel male, la complessità del nostro tempo.

  • Ranuccio Bianchi Bandinelli. Patrimonio archeologico e identità collettiva

    Ranuccio Bianchi Bandinelli. Patrimonio archeologico e identità collettiva

    di Marco Cerruti

    In un’epoca proiettata verso il futuro, fra Intelligenza Artificiale e nuovi assetti geopolitici, ha ancora senso parlare di archeologia? E in particolare, ha senso interessarsi oggi alla storia di un archeologo del secolo scorso? In molti si porranno questa domanda, ma la risposta non può che essere una: la Storia resta il primo strumento per avere consapevolezza delle radici su cui nasce e si regge la nostra identità ed il senese Ranuccio Bianchi Bandinelli (1900 – 1975), massimo esperto italiano di arte romana, ne fu un impegnato studioso che dedicò la propria vita alla salvaguardia e divulgazione delle testimonianze archeologiche del nostro Paese.

    Così si espresse a proposito del patrimonio culturale italiano:

    “Sono persuaso che l’unico modo di salvare il patrimonio di cultura e di civiltà che oggi è diviso tra pochi e che i molti, non intendendolo, potrebbero distruggere, sia di rendere tale patrimonio accessibile a tutti, di farlo penetrare nella coscienza della collettività”.

    Nato a Siena da una famiglia di antica nobiltà locale, Ranuccio Bianchi Bandinelli dimostrò fin da giovane uno spiccato interesse per il mondo antico. Si laureò in Lettere a Roma nel 1923 con una tesi su Chiusi etrusca, pubblicata due anni più tardi sulla rivista “Monumenti Antichi dei Lincei” con il titolo “Clusium. Ricerche archeologiche e topografiche su Chiusi e il suo territorio in età etrusca”. Nel 1929, Bandinelli assunse la cattedra di Archeologia presso l’Università di Cagliari, nel 1931 passò all’Università olandese di Groningen e poi a Pisa e Firenze, dove insegnò dal 1939 al 1943. Nel 1935 contribuì alla fondazione della rivista “Critica d’Arte”. Dal 1945 al 1947 fu direttore generale delle Antichità e Belle Arti e in questa veste promosse la ricostruzione dei monumenti danneggiati dalla guerra e il recupero delle opere esportate illecitamente. Successivamente riprese l’insegnamento presso l’Università di Cagliari, poi a Firenze e infine a Roma, dove giunse nel 1957 poco dopo l’uscita del suo volume “Organicità ed astrazione”, pubblicato nel 1956. A Roma fu anche direttore della Scuola nazionale di Archeologia e membro del Consiglio superiore delle Antichità e Belle Arti (1959-1963).

    Bandinelli fu da sempre sostenitore del ruolo primario dei beni culturali nella costruzione dei valori identitari nazionali, ancor più in un Paese come l’Italia dove sono presenti la gran parte dei beni culturali mondiali. Ben lo sapeva anche il regime fascista e lo stesso Mussolini che, riconosciuto il ruolo di spicco di Bandinelli nel mondo accademico dell’epoca, lo volle  come guida personale all’Ara pacis, in occasione della visita del Fϋhrer a Roma il 6 maggio 1938. Va ricordato che Bandinelli, nonostante l’avanzamento di carriera di cui godette proprio in quegli anni, fu segretamente convinto antifascista e dopo la guerra si allontanò dalle idee di Benedetto Croce per iniziare a sostenere posizioni marxiste ed iscriversi al Partito comunista di Togliatti.

    Quale riflessione elaborare  oggi dalla complessa esperienza di vita di Ranuccio Bianchi Bandinelli per orientarci in un presente dove le culture sono sempre più destinate a fondersi e contaminarsi e contemporaneamente si fa sempre più forte la ricerca d’identità? Anche nel mondo globale, ogni uomo vuole conoscere i cromosomi della propria cultura e del proprio essere, tanto più quanto capisce che essi oggi sono destinati a fondersi con quelli di altre civiltà.

    Fra i tanti lasciti culturali che Bandinelli ci ha offerto, oltre agli indiscussi meriti scientifici, è da rimarcare per l’attualità del tema,  l’importanza che egli attribuiva alla conoscenza e condivisione del patrimonio culturale italiano in funzione della conservazione dei valori identitari del nostro paese. Sta oggi a noi allargare la condivisione dei beni culturali a livello globale e far sì che diventino un patrimonio comune per l’individuo di un imminente domani, quando gli Uffizi e il Museo di Taipei potranno costituire finalmente un patrimonio comune, un terreno incredibilmente fertile dove affondare le proprie radici.

    Ranuccio Bianchi Bandinelli
  • La Creazione secondo la Kabbalah

    La Creazione secondo la Kabbalah

    di Mauro Manetti

    La Kabbalah consiste nella conoscenza dell’Universo sviluppata dagli Ebrei a partire dai testi biblici. Secondo questo modello di conoscenza, tutta la creazione è riconducibile agli archetipi rappresentati dalle lettere e dai numeri corrispondenti nell’alfabeto ebraico, perché  le regole che governano la creazione e la vita nel mondo sono le stesse su cui sono fondate le lingue che usiamo per esprimere il nostro pensiero e comunicare fra di noi. Cioè la nascita delle lingue è dovuta  alle medesime leggi che hanno permesso la progressiva condensazione dell’energia creativa in materia concreta.

    Basta pensare che il nostro linguaggio dipende dal nostro DNA per intuire quanto affermato sopra.

    Le lettere dell’alfabeto ebraico rappresentano gli archetipi fondamentali della creazione. Questi possono essere considerati come idee elementari, esprimenti le funzioni che stanno alla base della vita, che divengono idee complesse o concetti quando formano le parole e, tramite le regole della grammatica, le frasi.

    In altre parole la creazione della vita avviene tramite degli strumenti che, sul piano grafico e sonoro, si esprimono nelle 22 lettere dell’alfabeto.

    Nelle parole esse si comportano come le molecole che si legano per dare vita a composti chimici.  In questo modo si formano dei concetti semplici. Tramite le regole grammaticali,  parallele alle leggi  della mente universale, questi si legano per dare vita a espressioni concettuali più vaste.

     Il P-greco (3,14) e la Creazione

    In matematica il numero detto P-greco, che vale approssimativamente 3,14, è quello che permette la misurazione della circonferenza e il calcolo dell’area del cerchio.

    Secondo la teoria ebraica dello TSIMTSUM  il Creatore, ritirandosi, lascia un vuoto. Questo vuoto ha una forza che mantiene l’infinito alla periferia dello spazio svuotato. Tutto ciò è rappresentato da un cerchio e dal raggio che mantiene il vuoto attorno al centro.

    Il P-greco è, perciò, un numero trascendente che ha un numero infinito di decimali.

    Si può trovare questo numero anche in un altro rapporto. Le lettere dell’alfabeto ebraico sono 22. Il numero 7 rappresenta lo scorrere del tempo, che nella Bibbia è misurato in settimane.

    Il P-greco corrisponde, in modo approssimato, al rapporto:

    22:7=  3,14

    Cioè al rapporto fra gli archetipi fondamentali della creazione e il numero che esprime il tempo.

    Si dovrà innanzitutto riconoscere, allevare e nutrire quell’essere che è in noi, perché, come disse Louis Claude de Saint Martin: il fine dell’uomo è di conoscere il mondo, non per utilizzarlo, ma per sostenervi la sua parte.

    Tutte le gnosi, nelle civiltà tradizionali, sono tavole di corrispondenza tra Dio, l’uomo e l’Universo.

  • Il genio della sincronicità ai tempi della rete

    Il genio della sincronicità ai tempi della rete

    Di Stefano Panunzi

    Il concetto di “sincronicità”, originariamente introdotto da Carl Gustav Jung come principio di connessione acausale tra eventi psichici e fisici significativamente correlati, assume una risonanza particolare e complessa “ai tempi della rete”.

    L’espressione “il genio della sincronicità ai tempi della rete” non si riferisce a un’opera o a un autore specifico, ma piuttosto a una riflessione sul modo in cui la connettività digitale e l’enorme flusso di informazioni influenzano e potenzialmente amplificano l’esperienza di quelle che percepiamo come coincidenze significative.
    In questo contesto, si potrebbe interpretare il “genio della sincronicità” come: L’Algoritmo Onnisciente: I motori di ricerca e i social media, attraverso i loro algoritmi, filtrano e presentano contenuti basati sui nostri interessi e comportamenti passati. Questo crea l’illusione che la rete “sappia” cosa stiamo pensando o cercando, generando frequenti “sincronicità” digitali (ad esempio, vedere la pubblicità di un prodotto subito dopo averne discusso a voce).

    La Cassa di Risonanza: Internet offre un vasto bacino di informazioni e persone con cui entrare in contatto. È più probabile trovare riscontro alle proprie idee, interessi o domande, il che può aumentare la frequenza delle coincidenze percepite come significative, offrendo una “connessione acausale” su scala globale.

    La Nuova Dimensione della Realtà: La rete crea una dimensione parallela in cui il mondo interiore dei nostri pensieri e ricerche (psiche) si intreccia istantaneamente con l’universo degli eventi e delle informazioni online (cosmo), rendendo più tangibile il concetto junghiano di un ordine nascosto che non segue la causalità lineare.

    In sintesi, l’espressione suggerisce una riflessione su come la tecnologia moderna possa alterare la nostra percezione delle coincidenze, rendendo la sincronicità un’esperienza quotidiana e pervasiva, sebbene spesso mediata e in parte artificialmente generata dagli strumenti digitali stessi.

  • E’ grande arte quella di Maurizio Cattelan?

    E’ grande arte quella di Maurizio Cattelan?

    di Marco Cerruti

    Ricordo una frase di Philippe Daverio che ben esprimeva l’importanza per una società di saper distinguere
    l’opera di un grande artista da quella di uno mediocre: “le società si riconoscono in base alle opere nelle quali esse stesse si riconoscono”. E’ quindi crucciale saper distinguere e quella di Cattelan non può essereco nsiderata grande arte.

    Le va riconosciuto però il merito di documentare il periodo storico nel quale stiamo vivendo. Cattelan è un uomo di grande intelligenza, ben conosce i meccanismi che reggono l’attuale sistema del mercato dell’arte e con le sue opere li sfrutta e li critica al tempo stesso.

    In questo mi fa ricordare Andy Warhol quando affermava che “un buon affare è la migliore opera d’arte…”.

    Qui sta la vera qualità di Cattelan: nel rendersi perfetto interprete, attraverso le sue opere, di un sistema dell’arte in cui il ruolo dei galleristi è sempre più quello di meri operatori finanziari in grado di creare e sostenere il mercato degli artisti da loro scelti. Le grandi gallerie diventano brand riconosciuti dal mercato internazionale a cui i collezionisti si affidano.

    In un mondo dell’arte in cui la critica ha perso progressivamente il ruolo di bussola che storicamente aveva nel guidare le scelte, non c’è più da stupirsi trovando una banana appesa nelle sale di un museo.

  • Roma, Città Mondiale della Pace – il cold-case di intrigo internazionale

    Roma, Città Mondiale della Pace – il cold-case di intrigo internazionale

    Di Stefano Panunzi

    Sabato 22 Novembre ho presentato, in un Talk tenuto presso il Padiglione Italia della Biennale di Architettura di Venezia, un caso completamente dimenticato, risalente ai primi anni del ‘900, potrei definirlo un intrigante cold-case di intrigo internazionale riguardante Roma : il progetto di una Città Mondiale della Pace a statuto internazionale da costruire sul litorale romano, finanziato dalla World Conscience Society.

    Il progetto fu concepito e coordinato da Hendrik Christian Andersen (scultore, architetto e urbanista americano, oriundo norvegese, vissuto a Roma dal 1898 fino alla morte nel 1940). Questo progetto, tutt’altro che utopico, fu elaborato tra il 1901 ed il 1912 tra Roma, Parigi e Stati Uniti, da un team di circa 40 persone tra architetti, urbanisti, ingegneri, economisti, filosofi, giuristi e artisti. In questa Città si sarebbero dovute alternare le élites mondiali per educarsi alla pacifica convivenza dei popoli condividendo arti, culture, scienze, economie e religioni.

    Il progetto ha sfiorato per ben 3 volte la fase esecutiva a seguito di 3 incontri : al Quirinale con Vittorio Emanuele III nel 1913, a Palazzo Venezia con Mussolini nel 1926, a Villa Helene con Vittorio Cini (Commissario generale del E42) nel 1937 sempre a Roma. Questo progetto fu lasciato in eredità al Regno d’Italia nel 1940 alla morte di Andersen, effettivamente acquisito dallo Stato italiano nel 1978 alla morte della sorella adottiva, in quanto usufruttuaria di tutti i beni.

    Tutto è visitabile e consultabile a Roma nella sua Casa-Museo Villa Helene, dal 2000 aperta al pubblico e gestita dalla Direzione Musei Statali del Ministero della Cultura, dove è possibile vedere gli originali di statue, plastici, disegni ed un archivio di corrispondenze e pubblicazioni originali del progetto, depositate a suo tempo nelle principali biblioteche di diversi paesi del mondo, mentre una parte dell’archivio è dislocato anche presso la Smithsonian Library di Washington.

    Sono ormai diversi anni che sto studiando questo caso tanto intrigante, quanto misconosciuto, per farlo riemergere almeno come città-fantasma della quale mi sono proclamato sindaco pro-tempore per una divulgazione con laboratori sul campo, presso il museo ed in diverse istituzioni pubbliche.

  • L’Arte, Arca del Postumanesimo

    L’Arte, Arca del Postumanesimo

    Di Alessandro Ficola

    Il tarlo nell’Io dell’uomo anatomicamente moderno, dell’ Homo sapiens sapiens, sembra affondare le sue radici in un atavico passato, già la Genesi 1:26-28 recita: “facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra…siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela”.

    L’uomo per natura cerca il proprio interesse, l’appagamento del proprio ego, questo gli ha permesso di arrivare fino al limite massimo di un nuovo medioevo che stiamo vivendo nella società contemporanea, dove lo stesso è ormai completamente distaccato dal rapporto, dal cordone ombelicale con la Natura, la flora, la fauna, dai propri fratelli e simili; un uomo vittima della propria mente fallace e menzognera, accecato dalla fatua ed effimera brama di potere, di denaro, di dominare e soggiogare il pianeta al proprio volere.

    Nessuna persona più sensibile, druida, bucolica, potrà dimenticare quanto vissuto negli ultimi anni definiti pandemici, le parole di repressione e l’odio espresso tranquillamente sui media, senza la minima censura o la minima indignazione dei garanti se ancora presenti nel nuovo medioevo, verso chi provava a riflettere od esprimere un pensiero distonico al dominante.


    Il potere economico, ha resuscitato il vitello d’oro di Aronne come al tempo di Mosè, tutto diviene distrazione di massa con il fine unico di dominare la stessa ed ecco che la scienza, la tecnologia, la medicina, la legge, la finanza, i diritti umani, vengono piegati ed umiliati, soggiogati al potere dell’ego, malato e patologico di pochi.
    L’energie del cosmo e della natura sono però estremamente complesse da soggiogare, ad ogni azione rispondono con una reazione forte e contraria, ed in questa epoca di uomini deboli creano il terreno fertile per la nascita di uomini forti, dalla pianta ormai marcia, germoglierà la nuova, ma a quale costo e sacrificio?
    Il Postumanesimo è ormai germogliato, presente, silente, l’arte ne è l’Arca, uno scrigno ricco di simboli, lasciati in tutti i tempi da culture diverse, ma con un messaggio unico e celati agli occhi di una moltitudine ormai piegata a guardare verso il basso, ma ben visibili a molti giovani e non che essendo nati forti e liberi volgono lo sguardo al cielo e non a terra.


    L’uomo tornerà ad una simbiosi con la natura, il creato, con i suoi equinozi e solstizi, all’alternarsi di luna e sole, delle stagioni, vivendo dei frutti che giorno dopo giorno saranno messi a disposizione dalla stessa e non da allevamenti o culture intensive e cibi creati in laboratorio.

    L’arte è una delle muse della rinascita in atto, la profezia di Giordano Bruno “verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio” si sta realizzando, molti giovani, il nostro futuro, stanno prendendo consapevolezza di se stessi e della vera essenza della natura Umana.
    L’antica poesia, pittura, scultura, torneranno a raccontare il messaggio per molto tempo celato all’uomo debole, penso per esempio alle isole fortunate di Pessoa ad Itaca di Kavafis, se – lettera al figlio di Kipling, alle opere di Michelangelo nella cappella Sistina, al cenacolo di Leonardo da Vinci, alle cattedrali come Notre-Dame a Parigi ed il duomo di Siena per citarne alcuni.

    Passando per la musica a 432hz di maestri come Mozart, Haydn, per la matematica come ad esempio la successione di Fibonacci e prima Pitagora od alla tradizione dei tarocchi, con i loro archetipi.
    Concludo con una poesia contesa nel tempo nella sua paternità, al cui interno si cela un segreto, che i lettori più dubbiosi potranno approfondire: “quando che’l cubo con le cose appresso, Se agguaglia à qualche numero discreto, Trovan dui altri differenti in esso. Dapoi terrai questo per consueto, Che’llor produtto sempre sia eguale, Al terzo cubo delle cose neto, El residuo poi suo generale, Delli lor lati cubi ben sottratti, Verra la tua cosa principale.”
    Nell’arte, in tutte le sue sfumature è stata impressa la via, al singolo è dato il libero arbitrio di scegliere il cammino da seguire, il postumanesimo è già in atto.

    Ascolta il podcast

  • Sincronicità e Astrologia, Numerologia, Kabbalah

    Sincronicità e Astrologia, Numerologia, Kabbalah

    di Mauro Manetti

    Il nostro modo di pensare e la nostra scienza vedono gli avvenimenti secondo la legge di CAUSA E DI EFFETTO che viene considerata una verità assoluta. La cultura e la mentalità cinese, invece, si preoccupano dell’aspetto accidentale degli eventi e si interessano delle COINCIDENZE perché il loro concetto delle connessioni temporali è molto diverso dal nostro. Per noi ogni istante è parte di una catena temporale ed è determinato dall’istante precedente ma, per i cinesi  l’ISTANTE CONTIENE TUTTO, passato presente e futuro. Ciò è dovuto al PRINCIPIO DI SINCRONICITA’, di cui parla il famoso psicologo JUNG nella sua prefazione a i CHING, notissimo libro di saggezza cinese utilizzato per cercare consigli ai vari problemi della vita. Secondo questo principio l’UNIVERSO E’ UN’UNITA’ in cui tutti gli elementi che lo compongono sono in correlazione fra di loro e TUTTE LE COSE E GLI ESSERI SIMILI VIBRANO ALL’UNISONO, al di là delle barriere spaziali e temporali. La nostra. scienza ha già trovato esempi di questa legge nel mondo subatomico.

     ASTROLOGIA

    La Sincronicità piega perché l’oroscopo steso per il momento della nascita di una persona contiene la totalità della sua vita e può essere visto come un MODELLO DI PREDISPOSIZIONI CARATTERIALI e, inoltre, come un  PROGRAMMA DI VITA che indica, a grandi linee, il percorso da seguire per poter crescere materialmente e spiritualmente.

    Questo è possibile perché, sempre secondo Jung, siamo noi stessi che, dal nostro mondo interiore, proiettiamo i simboli e i miti che appartengono al patrimonio culturale dell’umanità sul movimento dei corpi celesti del nostro sistema solare. Infatti, non a caso, i nomi dati ai pianeti appartengono alla mitologia greca. Mercurio, Venere, Marte, Giove, ecc, sono divinità dell’Olimpo greco che rappresentano dei tipi psicologici umani diversi l’uno dall’altro.

    SEGNI ZODIACALI

    Sono una divisione simbolica in 12 parti uguali dell’eclittica, cioè del percorso della Terra attorno al Sole, da non confondersi con le 12 costellazioni omonime usate in astronomia. Ogni segno è un modello psicofisico completo che indica un tipo di struttura fisica e caratteriale particolare. Si dice che una persona è di un certo segno se, al momento della nascita, il Sole si trovava in quel segno. Precisiamo che non ci sono segni migliori o peggiori ma, in ognuno di essi, si può trovare la persona poco evoluta, quella con evoluzione media e quella eccezionale, come uno scienziato, un’artista, uno statista, ecc. Tutto dipende dall’insieme dell’oroscopo e, in larga misura, dalla volontà del soggetto di progredire.

    NUMEROLOGIA

    La Numerologia  si  fonda   sui  numeri  della data di nascita e sul nome registrato alla nascita tradotto in numeri. II simbolismo dei numeri da 1 a 9, che riflette quello dei sette giorni della Creazione nella Bibbia.

    L’Universo è creato dal Verbo, il Logos Divino. La parola crea in continuazione nel nostro mondo, perché il linguaggio umano non è solamente un mezzo di comunicazione fra gli uomini ma è il continuo agire degli archetipi della creazione. Le lettere e le regole grammaticali riflettono le leggi fondamentali della Creazione Divina.

    Il nome che ci viene dato alla nascita, normalmente dai nostri genitori, i “Nomi d’Arte”, che alcuni si scelgono, sono legati a eventi sincronici. Gli eventi storici che accadono quando nasciamo sono in sincronia con il nostro destino, quando cambiamo nome, questo emerge dalla nostra interiorità che vibra in sintonia con il momento storico. La sincronicità non si limita alla nostra dimensione abituale, ma coinvolge le dimensioni superiori del Cosmo e della nostra anima. Perciò i numeri che ci riguardano possono svelare il nostro essere interiore nel suo coinvolgimento con il mondo.

    Una riflessione, o meditazione, sul simbolismo dei numeri, dei miti e degli archetipi può essere utile per sviluppare il senso della sacralità e della bellezza della nostra vita.

    KABBALAH

    Alla base dell’architettura dell’universo differenziato che studiamo con  la  Fisica classica c’è un potenziale quantico che agisce come “Campo di Forma”. Infatti è un campo cresativo che sussiste in un infinito continuo presente che dà forma alle cose secondo le nostre scelte consapevoli o subconsce. 

    Nel Sepher Yetzirah (Libro della Formazione) si trova un concetto vicino a quello espresso dalla fisica quantistica. Infatti al di là del tempo e dello spazio le lettere dell’alfabeto ebraico, dette Otiot, sono gli archetipi della forma. Esse danno forma al tempo, agli organi del corpo umano, ai segni zodiacali e ai pianeti dell’Astrologia.

    Quando la coscienza umana era abbastanza evoluta da poter comprendere la rivelazione del mondo archetipico, le Otiot si sono rivelate all’uomo come proiezione subconscia sulle costellazioni celesti, permettendo la nascita dell’Astrologia. Questa scienza sacra corrisponde alla presa di coscienza dell’unità dell’uomo con il cosmo.

    Inizialmente c’erano solo le costellazioni e lo zodiaco, composto da 12 Segni Siderali, centrato su delle particolari stelle fisse. Con il passare del tempo il movimento apparente del sole sull’eclittica si è allontanato dalle costellazioni originali, e le Otiot sono state proiettate su questo ciclo dando luogo ai Segni Tropicali, che hanno mantenuto gli stessi nomi delle costellazioni.  Ciò significa che la rivelazione iniziale si è spostata sulla vita dell’uomo sulla Terra e i segni zodiacali indicano l’elaborazione che l’uomo fa nella sua vita della coscienza dell’unità uomo-cosmo.

    Le Otiot formano anche il nostro linguaggio collegandoci con il mondo degli archetipi. I nostri nomi provengono da questo mondo e indicano un cammino da percorrere per evolvere verso una coscienza superiore.

  • Scienza moderna e scienza antica

    Scienza moderna e scienza antica

    di Mauro Manetti

    Teoria delle “Superstringhe”

    Nella fisica moderna la “Teoria delle Superstringhe” parla di corde infinitamente piccole  vibranti in più dimensioni, che sono alla base di tutte le forme esistenti.

    Studiando la scienza del Vastu Purusha, nata in India più di 10.000 anni fa, si scopre una teoria analoga alla “Teoria delle Stringhe” che viene espressa in termini filosofici e sviluppata in termini numerologici.

    SPAZIO E TEMPO secondo il Vastu Purusha

    Lo Spazio, il primo e più significativo dei cinque elementi, rappresenta la sostanza cosciente che pervade l’intero universo. Questo stesso Spazio risiede all’interno di tutti gli esseri animati, dona la vita e costituisce la fonte di tutte le attività. La sua presenza ci fa percepire la realtà e ci fa esprimere, infatti il processo di creazione delle forme avviene, simultaneamente, sia nello spazio esteriore che in quello interiore.

    In termini moderni, il Tempo può essere inteso come energia cinetica, mentre lo Spirito, come energia potenziale.

    Il Maya Sutra così recita: “è il Tempo che crea, sostiene e dissolve ogni cosa. Il Tempo è la sorgente di ogni forma; il Tempo è la fonte primaria di tutte le forme. Il Tempo è il mondo fenomenico. Il Tempo è senza dubbio l’Universo stesso. In questo modo, il Tempo crea meraviglie” .  

    Nonostante la forma primaria sia quadrata, nel mondo della realtà fisica, riscontriamo infinite forme. L’atomo di energia primordiale tramite il proprio sforzo cosciente inizia a vibrare e si tramuta nella forma cubica di base. In questa fase, l’esperienza può avere luogo, quando materia ed energia sono fuse insieme nella più piccola particella. Il passo successivo prevede la scissione del quadrato in 8×8= 64 parti uniformi all’interno del quadrato di partenza.

    Il quadrato sotto la spinta rotazionale si tramuta in ottagono, figura dinamica di passaggio ed infine nel cerchio.

  • Dal digitale alla Val d’Orcia per ripensare l’arte

    Dal digitale alla Val d’Orcia per ripensare l’arte

    Di Manuela Macelloni

    Che cosa è arte? Questa è una di quelle domande che hanno perseguitato molti filosofi da Plotino fino ad arrivare a Heidegger, ma il punto della questione oggi si fa sempre più arduo.

    Se l’arte umanista aveva una sua precisa dimensione nella quale l’essere umano emergeva da una natura esterna e attentamente forgiata dalla sua mano, gli animali erano presenti come ornamenti per mostrare sempre e solo l’emergenza della condizione umana, con l’arte postumanista le cose cambiano molto.

    E, potremmo in qualche modo dire, che proprio l’arte sia una delle forme di espressione che meglio incarna l’essenza del postumanismo. È infatti una mostra del 1992 curata da Jeffrey Deitch a sdoganare il concetto di postumanismo al grande pubblico.

    Il curatore propone una serie di artisti che pongono il corpo quale palcoscenico stesso dell’arte, l’umano non è più una figura “essenziale” ed impenetrabile, ma diviene appunto direttamente permeato dagli elementi circostanti. Che si tratti di forme inorganiche (macchine) od organiche (animale, natura) l’arte coglie l’umano all’interno della metamorfosi che gli ultimi cento anni gli hanno imposto.

    Il secolo corto, infatti, è stato il teatro dell’incursione della tecnica nella realtà, cambiando molte delle prospettive, ma soprattutto cangiando la percezione che l’umano ha di sé stesso. Dal centro dell’universo, fonte di conoscenza e saggezza etica egli si trova dinanzi a un organismo non organico in grado di sminuire programmaticamente le sue facoltà.

    È il filosofo tedesco Anders, nell’opera L’uomo è antiquato, a definire l’umano una faulty construction, appunto per evidenziare la fallibilità e l’inadeguatezza che l’uomo percepisce dinanzi alla macchina. La nuova lettura della condizione umana porta l’uomo a non essere più saldo sulle proprie certezze antropocentriche e a dover mettere in seria discussione il suo ruolo all’interno della realtà: questa rilettura diviene il tema principale di tutta l’arte a venire, un’arte che non ha la funzione di rassicurare ma di perturbare, che non mette in scena l’ordine Apollineo, quanto il caos Dionisiaco.

    Ciò detto per comprendere come la domanda circa l’arte accompagni anche la domanda relativa all’identità della nostra condizione di esseri umani.

    Credo che all’interno dei differenti progetti che il mondo artistico ci propone è anche interessante, oggi, “come” può essere fruita l’arte.

    È da un’idea di Rosanna Brambilla e Alessandro Ficola che ha preso forma il progetto del Val d’Orcia Art Festival. La fruizione delle opere è avvenuta prima attraverso una galleria online dove gli utenti hanno potuto esprimere le loro preferenze ed ora, a partire dal 6 di dicembre, con una mostra permanente fino al 6 gennaio nella città di Chiusi all’interno del Museo Civico. Sarà in questo luogo che i finalisti esporranno le loro opere per la votazione finale da parte di una giuria di esperti, ma soprattutto sarà quella dimensione dove le loro opere troveranno un nuovo luogo in cui respirare oltre lo spazio della rete.

    Gli artisti in gara sono diversi e presentano differenti modi di esprimere l’arte che comprende la pittura, la fotografia, la scultura, il disegno; tuttavia, la cosa straordinaria di questa impostazione è sfruttare la democraticità dello spazio della rete; se si vuole visitare la mostra basta andare sul sito www.valdorciaartfestival.com.

    L’arte, soprattutto oggi, ci appare come un fenomeno elitario riservato solo ad “alcuni” e questi non sono umani a caso, quanto persone con una certa posizione sociale e politica nella nostra società ancora intrisa di umanismo.

    Inoltre, spesse volte, ci lamentiamo di come vengano usati male gli spazi di vera tangibilità, che ha prodotto il fenomeno tecnico e di uno spazio – che ci piaccia o meno – realmente esistente che è quello del digitale; sono convinta che questa proposta di Brambilla e Ficola che permette all’arte di essere non solo democratica, ma anche virale sia una nuova possibile esperienza della dimensione artistica. Prima conosciamo opere ed autori nello spazio digitale, nel loro non essere un corpo o nell’essere un corpo in proiezione, poi, in un secondo momento, possiamo godere della materialità reale dell’arte incontrandola dal vivo appunto al Museo Civico di Chiusi.

    Questa mostra, che vi consiglio di visitare, ha valore non solo per le opere esposte ma per l’innovatività con cui ci consente ad approcciarci all’arte. Non solo il non-organico ci penetra e ci trasforma, ma modifica anche le nostre esperienze del mondo, compresa quella artistica.

    L’inaugurazione della mostra fisica si terrà il giorno 6 dicembre alle ore 17.30 presso il Museo Civico di Chieti; abbracciati dalla storia si tenterà di scrivere una nuova storia che unisce arte, digitale, reale e virtuale.

    Un’occasione da non perdere!

    Scopri i podcast di Manuela Macelloni