L’Araldica nel XXI secolo

Close-up of the detailed bas relief crest at Christ's College, Cambridge, UK.

Di Elena Oderizzi

L’ARALDICA CONTEMPORANEA

ndt. Note alla fine dell’articolo

Prima dei loghi e dei brand esistevano gli stemmi e chiunque poteva «portare insegne e metterle su cose di sua proprietà» se ciò non ledeva i diritti altrui.

A stabilirlo fu un famoso giurista, Bartolo da Sassoferrato, che, nel lontano 1355, lo scrisse nero su bianco nel suo De Insigniis et Armis, il più antico manuale di araldica finora conosciuto1.

L’idea che solo i nobili potessero avere uno stemma è dunque completamente sbagliata, al contrario esistono anche armi religiose, civiche, militari, sociali e personali (dette impropriamente borghesi).

In Italia dal secondo dopoguerra l’araldica sociale e personale ha smesso di avere un riferimento istituzionale per ragioni storico-politiche2. La Consulta Araldica del Regno d’Italia venne infatti abolita, invece di essere trasformata in un Ente della Repubblica Italiana. Al suo posto fu creato l’Ufficio del cerimoniale di Stato e per le Onorificenze che ancora oggi si occupa, esclusivamente, dell’Ordine al Merito, dell’Araldica Civica e di quella Militare.

A causa di questa miopia istituzionale, non esiste a tutt’oggi un sistema pubblico di registrazione e tutela delle armi araldiche paragonabile a quello che esisteva nell’ordinamento monarchico attraverso la Consulta.

Ciò nonostante il nostro sistema araldico prospera grazie a storici, artisti e avvocati, che con entusiasmo e professionalità continuano a studiare, aggiornarsi, a specializzarsi così da offrire a chiunque lo desideri la possibilità di progettare, realizzare il suo stemma personale o recuperare quello dei propri avi in base alle regole araldiche generali e dell’ultimo Regolamento Araldico italiano in particolare.

Per quanto riguarda la registrazione, la tutela dell’originalità e la pubblicità scientifica degli stemmi moderni (sia storici che di nuova creazione), queste sono demandate a registri privati e associazioni scientifiche araldiche accreditate3, che su richiesta e dietro compenso le inseriscono nei loro repertori storici, per preservarne la memoria. In aggiunta gli stemmi si possono, paradossalmente, registrare all’Ufficio Brevetti come marchio d’impresa figurativo4, depositando il disegno dell’arma. Infine, in alcuni casi è ancora possibile certificare uno stemma italiano presso uffici esteri araldici ancora attivi in altri paesi5, secondo regole precise.

L’ARALDICA COME ARTE

LAraldica è una disciplina storico-artistica che dopo sette secoli è ancora praticata con entusiasmo e passione in moltissimi paesi.

I suoi campi di applicazione sono così tanti da coinvolgere molte e diverse categorie di studiosi e professionisti: archeologi, storici, numismatici, genealogisti, avvocati, architetti, designers, pittori, illustratori, calligrafi, orafi, ceramisti e così via.

Il segreto di questa sua longevità risiede nel suo esprimersi in un linguaggio comprensibile in ogni epoca: la «Lingua dei Simboli». Questo la rende il sistema di comunicazione visiva più longevo della storia occidentale che meglio si combina con il bisogno umano di lasciare un segno di sé, unico e riconoscibile nel tempo.

Potremmo riassumere il concetto così: le mode passano, i simboli restano, perché attengono all’Universale. Un’arma non ha quindi niente a che vedere con i cosiddetti Status Symbol, costosi e vuoti prodotti, standardizzati, usa e getta. È sostanzialmente il suo opposto. È unica e durerà anche dopo di te.

Da un punto di vista artistico si tratta di combinare simboli codificati in specifiche figure e colori all’interno di una “cornice” che deve avere assolutamente la forma di uno scudo, altrimenti parliamo di emblemi. In questo modo si ottiene un’immagine, che non cambia mai, rendendo riconoscibile, a colpo d’occhio, una persona, una famiglia, una comunità o un’istituzione, nonostante supporti, materiali e stili grafici mutino di secolo in secolo.

Tra le varie tipologie di armi quelle sociali e personali sono le più numerose e interessanti, perché permettono di creare qualcosa di nuovo, unico e originale. Queste comprendono sia le armi inerenti alla persona, che quelle degli enti (biblioteche, associazioni, corporazioni, organizzazioni, ecc.) e delle aziende (banche, compagnie, attività economiche varie, ecc.).

Esiste anche una branca dell’Araldica denominata “Fantastica”6, così detta perché si occupa degli stemmi di fantasia, cioè delle armi inventate per personaggi vissuti prima del Medioevo o legati alla letteratura. Le sue prime manifestazioni possono essere fatte risalire alla comparsa delle leggende arturiane sul finire del XII secolo7 per arrivare ai giorni nostri attraverso l’affermarsi della letteratura fantastica, in particolare quella di genere fantasy, sviluppatasi tra il XIX e il XX secolo, supportata dal cinema e dalla televisione (James Bond, Harry Potter, il Trono di Spade e così via).

Per queste sue particolari caratteristiche di versatilità che uniscono conoscenze storico-simboliche, tecnica artistica, metodo, creatività e fantasia, «più che di “Scienza” Araldica, un tempo si preferiva parlare di “Arte” Araldica»8. E in effetti quest’Arte scandisce e accompagna la nostra vita quotidiana e la nostra storia da secoli, dentro, ma soprattutto fuori dai Musei.

È sufficiente che alziate o abbassate lo sguardo per trovare stemmi dipinti, incisi, stampati su praticamente ogni cosa: sulle facciate degli antichi palazzi e delle case di campagna, negli ex libris, sugli anellichevalier o le spade da cerimonia, sulla carta intestata, sulle etichette di bottiglie di vino o d’olio, sulle magliette delle squadre sportive, su abiti e borse alla moda, sui gemelli da polsino, su piatti, posate e cristalli di casa, sui cancelli, su altari, fontane, statue e persino sui tombini e i cestini dei rifiuti in ferro battuto del vostro comune e così via.

LE ORIGINI DELL’ARALDICA

Adesso possiamo parlare di come l’Araldica sia nata e in che modo si sia diffusa in tutte le fasce sociali, anche se, in certi periodi storici, alcune classi ne hanno beneficiato più di altre.

La storia del «nacque durante le Crociate e serviva ai cavalieri per riconoscersi nel campo di battaglia» è ormai considerata troppo semplicistica. Secondo storici contemporanei come Michel Pastoureau, uno dei massimi esperti al mondo in materia, le origini dell’Araldica nell’Europa Occidentale vanno ricercate nell’evoluzione dell’equipaggiamento militare tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo e nelle profonde e radicali trasformazioni sociali e identitarie della Società Feudale.

Come tutti sanno, fin dall’antichità i guerrieri erano effettivamente soliti dipingere colori e figure sullo scudo per rendere riconoscibile se stessi e il proprio Clan nel mezzo della mischia. La situazione cambiò con la nascita e il consolidamento dei Regni europei medievali quando le élite aristocratico-cavalleresche dell’Europa del XII secolo presero coscienza di star plasmando una nuova epoca con loro azioni. Iniziarono quindi a sentire il desiderio e la necessità di distinguersi e di farsi ricordare come individui speciali che avevano partecipato a eventi di portata storica, se non proprio compiuto gesta eroiche.

I primi esempi di questo tipo li troviamo nelle Chanson de geste, che fiorirono alla fine dell’XI secolo, in perfetta concomitanza con la Prima Crociata (1096-1099) indetta da Papa Urbano II. Erano poemi incentrati sul racconto di imprese leggendarie tratte da nuclei storici ben precisi sviluppate in cicli. Il più famoso era il Ciclo Carolingio incentrato sulla figura di Carlo Magno e le epiche imprese dei suoi Paladini9.

Questi testi contribuirono a dare un’identità e un codice etico ai guerrieri, cioè un modello di comportamento per la classe dei Cavalieri che stava diventando un vero e proprio ceto sociale ereditario. Il perfetto Chevalier delle Chansons doveva canalizzare la sua violenza verso l’esterno (i nemici della fede) e dimostrare fedeltà assoluta al proprio signore e a Dio.

Anche la popolazione assorbì queste tematiche e si ritrovò unita sotto un’unica identità culturale e linguistica. Celebrare le imprese del passato portò alla creazione di una sorta di mito fondativo e a un forte senso di orgoglio patriottico che varcò le porte della Francia.

I prodromi di questo cambiamento culturale si possono ammirare nell’Arazzo di Bayeux (tra il 1067 e il 1082 circa), un tessuto ricamato con filo di lana in 9 tinte naturali lungo ben 68,30 metri e alto 50 cm. Il fine dell’arazzo era auto-celebrativo, teso a narrare, come un libro per immagini, gli epici fatti che condussero allo scontro di Hastings del 1066, dove Guillaume le Bâtard sconfisse Re Harold II e fondò il Regno Normanno d’Inghilterra. Gli scudi dei cavalieri non possono ancora essere definiti araldici, ma alcuni di essi mettono in risalto alcuni Cavalieri più di altri e si distinguono figure e colori molto simili a quelle che si affermeranno successivamente.

L’istituzione delle giostre e dei tornei, vere e proprie esercitazioni militari in tempo di pace, trasformate in spettacoli pubblici, contribuì a rinforzare l’identificazione dei Cavalieri con le proprie insegne anche fuori dal campo di battaglia, portando alla nascita delle prime convenzioni fisse e ricorrenti. Tanto più, infatti, le immagini risultavano “memorabili” tanto più era facile per il pubblico e gli sfidanti distinguere uno sfidante da un altro.

Da questo punto possiamo ricollegarci all’idea che sicuramente era un’ottima idea dipingere lo scudo e ornarlo con qualche figura per farsi riconoscere da lontano in un campo di battaglia, così come in un duello. Finché però ogni cavaliere rappresentava quello che voleva, quando voleva, senza altro motivo che farsi riconoscere, non si poteva ancora parlare armi araldiche, ma solo di armi dipinte” o al massimo di “armi proto-araldiche”.

Mancava un “sistema”, ma con l’affermarsi dei tornei e delle giostre le cose cambiarono. Serviva qualcuno che presentasse i contendenti, un maestro di cerimonie che descrivesse a voce quello che vedeva sugli scudi, e si ripeteva (o completava) sui cimieri, sui vessilli e le gualdrappe. In questo modo il pubblico avrebbe potuto distinguere le insegne del «Cavaliere della Rosa Rossa» da quelle del «Cavaliere del Drago Verde» e avrebbero narrato in che modo questi conquistarono altro onore, come lo persero e come ottennero la loro rivalsa.

Fu presto chiaro che sia in battaglia, che nei tornei, l’arma doveva avere almeno tre caratteristiche:

  • recare sempre la stessa figura (o figure) e colori;
  • non essere simile o uguale a quella di un altro cavaliere, ma unica;
  • doveva poter essere descritta facilmente a parole

Il compito di descrivere le figure e colori10 portò con sé sia la necessità di fissare delle regole, sia di conservarne il ricordo dipingendole nei cosiddetti Roll of Arms, (rotoli di pergamena dedicati agli stemmi). L’Araldica nacque quindi nel momento stesso in cui un ufficiale fu investito solennemente di questo incarico e venne chiamato Araldo, dal tedesco Herold. Un termine arrivato nella lingua italiana dall’antico francese che, in origine, era usato per indicare un Comandante o un Ufficiale addetto all’esercito11.

La svolta decisiva che trasformò l’Arte del Blasone in una vera disciplina storico-artistica avvenne quando alle tre voci precedenti se ne aggiunse una quarta, l’ereditarietà:

  • l’arma può essere ereditata.

Nello stesso periodo in cui si stava diffondendo l’uso delle armi araldiche, comparve, infatti, anche l’uso dei patronimici che consentivano di riconoscere e censire le persone legando giuridicamente un individuo al capofamiglia maschio, così da definirne lo status sociale e i diritti civili all’interno della comunità. Queste due innovazioni favorirono, nel corso del XII secolo, il formarsi di una nuova società nella quale i singoli individui iniziarono ad avere una propria identità e a collocarsi in gruppi e i gruppi a inserirsi in un sistema sociale più complesso.

Inevitabilmente qualcuno pensò «questo non è più solo “il mio” simbolo ma quello della “mia stirpe”», di conseguenza il primogenito decise di portare l’insegna paterna e gli altri figli assunsero, per se stessi, la stessa arma, ma modificata per distinguersi (le brisure).

Il tipico scudo da battaglia decorato divenne dunque scudo cavalleresco, con la doppia funzione di proteggere la vita del suo proprietario, ma anche di difenderne la memoria, perpetuando il ricordo delle sue eroiche gesta.

Mentre lo scudo da combattimento era, infatti, destinato a scomparire, in maniera anonima, nella tomba del suo proprietario, lo scudo cavalleresco veniva appeso, non solo sulle rastrelliere dei campi di battaglia e dei tornei, ma anche sul focolare e sulle pareti domestiche. Da qui si iniziò a rappresentare la sua immagine, tale e quale (cioè uno scudo con delle figure colorate dentro) su qualsiasi altra proprietà familiare, che ne trasformò lo status, da oggetto difensivo a strumento culturale capace di lasciare testimonianza di sé sulle altre cose per reclamarne il possesso.

L’ESTENSIONE A TUTTA LA SOCIETÀ


L’alta nobiltà, dei Principi, Baroni e Grandi Signori, iniziò per prima a usare le armi araldiche come simbolo identitario rappresentandole graficamente sulle pareti dei palazzi, sui sigilli, sugli arazzi commemorativi, sulle effigi funerarie, sulle pietre di confine e così via.

Progressivamente l’uso si estese, in maniera spontanea, come capita con le migliori invenzioni, a tutta l’aristocrazia medio-bassa e in breve tempo a tutta la società feudale.

Un nuovo ordine sociale stava investendo la società dell’Occidente feudale e tutti volevano e potevano avere un patronimico e soprattutto un’arma: persone non titolate, donne, ecclesiastici, artigiani, corporazioni, comunità religiose, città, ordini militari, congregazioni, Università, Accademie, proprietari terrieri e in certe regioni anche i contadini12.

Divenne prassi accettata da tutti usare la raffigurazione di uno scudo con dentro le insegne di un casato al posto del nome del capofamiglia e della Famiglia stessa per “marcare” i propri beni al fine di rivendicarne e difenderne la proprietà, ma anche per lasciare la propria impronta nella storia.

Tutto ciò che restava da “marchiare” fu timbrato: monumenti, panche da chiesa, vetrate, diplomi, targhe, libri, ecc.

A mettere ordine a questo incontrollato proliferare di armi fu il già citato Bartolo da Sassoferrato. I Sovrani, dal canto loro, si occuparono di disciplinare la situazione istituendo Collegi di Araldi a cui fu affidata la definizione delle norme araldiche, la regolamentazione delle armi esistenti, la progettazione di quelle nuove, compresa la tenuta dei registri e la compilazione degli armoriali, nei quali venivano raccolti e descritti gli stemmi delle varie famiglie più notabili.

Lentamente si giunse a un insieme di regole generali simili per tutti i Regni Europei, ma con inevitabili variazioni locali riguardanti le forme degli scudi e gli ornamenti esteriori.

Gli ornamenti esteriori non fanno parte dell’arma, ma sono qualcosa di più che semplici elementi decorativi.

Fin qui ho usato spesso i termini arma e stemma in modo interscambiabile, perché nel linguaggio comune sono usati come sinonimi, ma per gli araldisti, l’arma araldica è solo e soltanto lo scudo con le figure e i colori, mentre lo stemma è l’arma araldica con l’aggiunta di ornamenti esterni specifici alcuni decorativi, ma a maggior parte servono a indicare le diverse tipologie di armi, compresi la classe, il merito e la funzione di chi le porta.

Questa differenza è molto importante perché, per esempio, le armi usate dall’aristocrazia si distinguono dalle altre proprio per la presenza delle famose corone nobiliari, così come quelle ecclesiastiche per la presenza dei galeri con le nappe. Sono, quindi, proprio gli ornamenti la causa del malinteso secondo cui molti credono, ancora oggi, che l’uso delle armi sia un’esclusiva prerogativa di poche classi sociali.

Come abbiamo visto, non è così. Se l’araldica esiste ancora nel XXI secolo e continuerà a farlo, (sopravvivendo persino alla furia iconoclasta della Rivoluzione Francese) è perché le armi in sé non sono mai state un privilegio di pochi, ma un diritto di tutti, riconosciuto a partire dal 1355. Al contrario, molti ornamenti appartengono a categorie specifiche di enti o persone e non possono essere legittimamente utilizzati da chi non ne ha diritto.

1«Alcuni assumono armi e insegne di propria iniziativa: bisogna vedere se ne hanno diritto. Ritengo lo abbiano. Come infatti i nomi [cognomi] sono stati inventati per riconoscere gli uomini, così anche le insegne sono state inventate per questo motivo. E comunque chiunque ha il diritto di imporre a se stesso il nome [cognome] che vuole, così a chiunque è lecito portare insegne e metterle su cose di sua proprietà, ma non su quelle degli altri: anzi, è proibito senza l’autorizzazione del giudice, ma con la sua autorizzazione è permesso» BARTOLO DA SASSOFERRATO, De Insigniis et Armis, a cura di Mario Cignoni, Firenze, Giampiero Paganini Editore, 1998, (originale del 1355-57), Parte Prima, paragrafi 1/2, pp. 45-46;

2Questo è accaduto solo in Italia. Nel Regno Unito, il College of Arms continua, ancora oggi, a concedere nuove armi a privati cittadini, città, aziende e istituzioni, con un procedimento formale che comprende tanto la progettazione quanto la registrazione ufficiale. In Scozia esiste una figura autonoma, il Lord Lyon King of Arms, che ha addirittura potere giurisdizionale in materia araldica: usare uno stemma non proprio, in Scozia, è ancora oggi un illecito perseguibile. In Irlanda esiste il Chief Herald, in Canada la Canadian Heraldic Authority, istituita in tempi relativamente recenti proprio per garantire al paese un’autorità araldica propria e indipendente da quella britannica. In Sudafrica opera il Bureau of Heraldry, che registra armi civiche, familiari e istituzionali. Nei paesi scandinavi, in particolare in Svezia e Finlandia, l’araldica civica e familiare resta parte viva della cultura visiva pubblica, con società araldiche attive e un pubblico non specialistico che continua a interessarsene.

3A livello internazionale si segnala l’International Register of Arms (Burke’s Peerage), mentre nel panorama italiano operano il Registro Araldico Italiano (RAI) e lo Stemmario Italiano, volti al deposito e al censimento telematico degli emblemi per garantirne la data certa di adozione pubblica. La validazione dottrinale e tecnica è invece guidata da istituti scientifici di chiara fama, quali: l’Istituto Araldico Genealogico Italiano (IAGI), associato alla Confédération Internationale de Généalogie et d’Héraldique; l’Associazione Araldica Genealogica Italiana (AAGI), curatrice del Registro Araldico Genealogico Nazionale; l’Accademia Araldica Nobiliare Italiana, che gestisce un proprio Registro degli Stemmi Gentilizi. Tali enti operano come garanti scientifici per scongiurare l’appropriazione indebita di armi storiche e verificare il rigore delle blasonature.

4Tale procedura garantisce una tutela giuridica certa, ma limitata esclusivamente all’ambito commerciale, industriale e di contrasto alla concorrenza sleale, rimanendo priva di valenza storico-nobiliare o di riconoscimento del diritto al nome.

5Per i cittadini di paesi privi di un’autorità araldica statale per i privati, come l’Italia, la registrazione formale di uno stemma può essere effettuata all’estero tramite tre canali principali: Il Bureau of Heraldry (Sudafrica): istituito dall’Heraldry Act del 1962, è l’unica autorità statale al mondo ad ammettere esplicitamente la registrazione e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale di stemmi appartenenti a cittadini stranieri non residenti, rilasciando un diploma avente valore di atto pubblico sovrano. Il Cronista de Armas di Castiglia e León (Spagna): a seguito della vacanza dal 2005 dell’ufficio del Cronista Rey de Armas nazionale, la funzione di certificazione e registrazione per gli stranieri (fondata su storici legami genealogici o culturali) viene esercitata da questa figura ufficiale regionale, che rilascia una Certificación de Armas con valore di attestazione notarile di prestigio. Il College of Arms (Londra): l’istituzione britannica prevede l’emissione di Honorary Grants (Concessioni Onorarie) a beneficio di cittadini stranieri, a condizione che l’istante sia in grado di dimostrare una discendenza genealogica diretta in linea paterna da un suddito della Corona britannica.

6L’héraldique fantastique delle armoiries imaginaires.

7Secondo gli storici gli stemmi di fantasia (in francese armoiries imaginaires) comparvero in letteratura con le leggende arturiane sul finire del XII secolo. Una seconda fase di sviluppo si ebbe tra il XIII e il XIV secolo, nello stesso periodo in cui furono introdotti i rotoli d’armi (antesignani degli armoriali) che oltre a contenere raccolte di stemmi di casati esistenti potevano includere anche armi inventate per i Re delle terre straniere. A metà del 1300 era ormai diventato così naturale possedere un’arma che anche personaggi reali o presunti tali, vissuti prima della nascita dell’araldica o al di fuori del Cristianesimo non potevano essere raffigurati senza. Vennero quindi attribuite armi inventate (in inglese attributed arms) anche a Imperatori Romani, Papi e Re dell’alto Medioevo, Eroi della letteratura cortese, personaggi mitologici, persino a luoghi leggendari e personificazioni allegoriche. Si arrivò al punto di inventare stemmi da attribuire anche a Dio, la Santissima Trinità, la Morte, la Vergine Maria, il Cristo, gli Apostoli, i Santi, Satana e i suoi Arcidiavoli, e così via. La creazione di stemmi immaginari non cessò con il Medioevo ma proseguì seguendo il gusto e gli ideali dei secoli successivi. Ancora oggi la tradizione delle armi inventate resta fiorente grazie soprattutto alla letteratura fantastica, in particolare quella di genere fantasy, sviluppatasi tra il XIX e il XX secolo.

8Comunemente citato da: LORENZO CARATTI DI VALFREI, Araldica, Milano, Mondadori, 1996.

9I fatti reali erano la battaglia di Roncisvalle del 778 d.C., in cui Carlo Magno combatté in realtà contro i Baschi, trasformati in una straordinaria ed enorme guerra santa contro i Saraceni. Il messaggio era chiaro: morire combattendo per la fede cristiana garantisce il paradiso.

10L’arte di descrivere un’arma a parole, nel modo corretto prese il nome di blasonatura, dal verbo «blasen», che indicava il suono del corno con cui veniva annunciata la descrizione stessa del cavaliere che entrava nell’arena.

11Gli Araldi, in parte maestri di cerimonie, in parte cronisti, proprio per questo legame con l’esercito, vennero impiegati anche per compiti logistici, diplomatici e cerimoniali con il compito di recarsi presso i Sovrani esteri a intimare la guerra o la resa, proporre trattative o proclamare la pace.

12MICHEL PASTOUREAU, Figure dell’Araldica. Dai campi di battaglia del XII secolo ai simboli della società contemporanea, Milano, Adriano Salani Editore, 2017; 1a Edizione 1996, pp.10-14.

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