Premio Manlio Armellini

VAL D’ORCIA ART FESTIVAL 2026: ARTE, DESIGN E INNOVAZIONE NEL CUORE DI PIENZA

Pienza (SI) – La terza edizione del Val d’Orcia Art Festival si terrà dal 5 dicembre 2026 al 2 gennaio 2027 nel centro storico di Pienza, la “città ideale” voluta da Bernardo Rossellino, nel cuore della Val d’Orcia, patrimonio Unesco. Un luogo che diventa, ancora una volta, scenario ideale per un dialogo tra arte contemporanea e paesaggio rinascimentale.
Il bando di iscrizione per gli artisti è ancora aperto fino al 1° ottobre 2026.
La manifestazione si distingue anche per la sua anima digitale: sul sito ufficiale www.valdorciaartfestival.com è attiva una galleria on-line che permette di esplorare opere di pittura, scultura, fotografia, digital-art, disegno architettonico e illustrazione. Un sistema di voto aperto al pubblico sarà attivato in prossimità del vernissage, coinvolgendo attivamente visitatori e appassionati. L’iniziativa, disseminata con il supporto dei media partner webradio/podcast – tra cui www.radiorosbrera.com e Radio Val d’Orcia – si pone l’obiettivo di sostenere il percorso creativo degli artisti, offrendo visibilità e opportunità di crescita professionale. I primi tre classificati, selezionati da una giuria di prestigio, riceveranno un premio in denaro, quale riconoscimento del talento e incentivo per lo sviluppo della propria carriera.

Novità di quest’anno è il Premio Manlio Armellini, edizione unica 2026, è dedicato alla figura del Segretario generale, poi Amministratore delegato del Salone del Mobile di Milano dal 1964 al 2009, figura chiave nella promozione del Made in Italy nel mondo dell’architettura, del design e della comunicazione.

Il premio, sostenuto dal Salone del Mobile e da FederLegnoArredo, coinvolge il NID – Nuovo Istituto Design di Perugia, storica scuola attiva dal 1983 nei settori del product design, interior, grafica, moda, fotografia e illustrazione.

Tre progetti realizzati dagli studenti perugini verranno premiati e esposti durante il Festival, con particolare attenzione all’innovazione espositiva e comunicativa, alla valorizzazione del brand e all’internazionalizzazione del design italiano.

Una selezione di immagini tratte dall’Archivio privato di Armida Armellini, moglie e compagna di lavoro di Manlio, offrirà un affascinante viaggio nella storia del Salone del Mobile e dei suoi protagonisti. «Il Festival – dichiara l’architetto Rosanna Brambilla, giornalista e già direttrice di magazine di interiors e design, tra gli organizzatori – è un’occasione per sollecitare l’attenzione su un processo creativo che ha saputo coinvolgere imprenditori, designer, comunicatori e artisti, travolgendo letteralmente la città in una kermesse internazionale divenuta modello».

Un appuntamento imperdibile per scoprire nuovi talenti, apprezzare artisti affermati e vivere l’arte in una delle cornici più suggestive d’Italia.

La Direzione del Festival


PAOLO FANTONI RICORDA MANLIO ARMELLINI

PAOLO FANTONI

Segretario Generale del Salone del Mobile di Milano già dal 1964, nella realtà Manlio Armellini ne fu il vero Amministratore Delegato ed Ispiratore fino al 2009 rendendo la manifestazione uno dei più rappresentativi momenti di celebrazione e sviluppo del Made in Italy.

In questo ruolo ebbe a consolidare in un progetto unitario la intera imprenditoria del mobile con una meticolosa capacità di assecondare la eterogenea composizione di un settore che si radicava sulla poliedricità delle differenti architetture dell’Italia post-bellica da un lato e di una nascente élite di designer che svolgerà il ruolo di Acceleratore Culturale dell’intera Società dall’altro.

L’equilibrio con cui riuscì a dare il giusto peso alle diverse anime del mobilierato si è confrontato con la capacità del settore di generare suggestioni nuove attraverso raffinate e innovative presenze standistiche spesso contraddittorie.
Fu perciò magistrale nel dare la giusta importanza ai metri quadri, agli abbinamenti, ai corridoi e ai Padiglioni.
Riuscì a condividere un “non scritto” Manuale Cencelli Armelliniano con cui dava giustezza alle aspettative di tutti gli imprenditori che in ordine accettavano la sua Visione del Salone con ben poche eccezioni.

Fu merito degli imprenditori e della sua visione l’eccezionale aurea con cui venne avvolto il cosiddetto Padiglione 30.3°, che per anni è stato l’ambita meta di visitatori estasiati dalla capacità di coniugare nuove forme e nuovi materiali facendolo assurgere a “Cenacolo Mondiale del Design”.

La capacità di mediazione di Manlio Armellini non era solamente supportata dalla sua capacità di lettura delle tendenze ma anche dalla sua indiscussa empatia.
In tutto anteponeva la sua disponibilità e utilizzava anche il suo tempo libero e i suoi hobby come momento di aggregazione e confronto: la caccia, la montagna, Pantelleria erano tutte occasioni per sviluppare relazioni e conoscenze, alimentare ragionamenti e anticipare visioni.

La magia del Salone del Mobile di Milano ebbe certamente a trovare in lui un facilitatore nella comunicazione delle eccellenze attraverso un continuo rapporto con i Media: particolarmente la stampa in quei tempi d’oro trovò nella Manifestazione Milanese un alleato per sviluppare format nuovi diventando i media stessi elementi di successo internazionale dell’Italianità.

Altresì manteneva con le Autorità tutte un rapporto di grande rispetto ed equilibrio istituzionale non lasciandosi sedurre dai temporanei successi della partitocrazia, preservando perciò l’autonomia dell’Istituzione Salone, accrescendone conseguentemente credibilità e reputazione.

Nel suo percorso ebbe a gestire la modifica della Governance del Salone del Mobile affrontando la non semplice condivisione del percorso che ha portato in dote alla sola componente industriale la titolarità precedentemente condivisa con le rappresentanze degli artigiani e dei commercianti: intuendo con ciò che la commistione di interessi troppo contrastati avrebbe portato ad una mancanza di focalizzazione sullo sviluppo del Made in Italy.

Sin da allora, aver privilegiato tale strategia rispetto alla mera monetizzazione della vendita di metri quadri ha preservato la natura del Salone, consentendo allo stesso di mantenere l’appeal mondiale fino a far confluire a Milano 300.000 visitatori ogni anno.

Alla fine, quella scelta ha consentito di rafforzare l’unicità del Made in Italy e visto scemare inesorabilmente l’attenzione verso analoghe manifestazioni a Parigi e Colonia, rappresentative delle produzioni dei nostri principali competitor europei.

Manlio si confrontò poi con i rilevanti limiti spaziali della Vecchia Fiera di Milano, solamente parzialmente superati dagli sviluppi dei Padiglioni progettati da Bellini negli anni ’90, e riuscì a interpretare solo parzialmente il potenziale delle nuove strutture della Fiera di Rho offrendo questa opportunità a Marco Sabetta che ne tenne le redini le successive annualità.
In tutto ciò, si è confrontato con i Presidenti di Cosmit e di Federlegno senza confondere o interferire nei ruoli e nelle responsabilità delle varie cariche, ma cercando di valorizzare la peculiarità della variegata costellazione della Filiera e facendosi sempre portatore di suggerimenti supportato dalla lettura della realtà offertagli dalla sua inseparabile Armida.

Paolo Fantoni

Osoppo, 30 luglio 2026


GIOVANNI ANZANI RICORDA MANLIO ARMELLINI

GIOVANNI ANZANI, CO AD DI POLIFORM

Quando si parla di Manlio Armellini, si parla di una persona che ha lasciato un segno profondo nella storia del design italiano e del nostro settore. Ho sempre pensato che la sua grande qualità fosse quella di saper guardare molto più lontano degli altri. Ha capito prima di molti che il Salone del Mobile non poteva essere soltanto una fiera, ma doveva diventare un luogo in cui imprese, designer, architetti, cultura e innovazione si incontrassero per costruire qualcosa di più grande.
Quella visione ha cambiato il destino di tante aziende italiane. Anche per Poliform il Salone è stato molto più di un appuntamento commerciale.

La sua forza è stata quella di credere nell’internazionalizzazione quando ancora non era un tema così centrale. Ha portato il mondo a Milano e, allo stesso tempo, ha aiutato Milano e il design italiano ad arrivare nel mondo. È un risultato che oggi diamo quasi per scontato, ma è frutto della visione e del lavoro di persone che hanno saputo costruire nel tempo, con pazienza e determinazione.
Ma la sua visione non si è limitata al presente.

Ha saputo investire anche sul futuro del design. Insieme a Marva Griffin ha dato vita al SaloneSatellite, intuendo l’importanza di offrire ai giovani designer uno spazio dove esprimere il proprio talento e confrontarsi direttamente con le aziende. È stata un’intuizione straordinaria, perché ha creato un ponte tra le nuove generazioni e l’industria, contribuendo a rinnovare continuamente il nostro settore. Ancora oggi il SaloneSatellite è uno dei simboli della capacità del design italiano di guardare avanti, di scoprire nuovi talenti e di alimentare il dialogo tra creatività e impresa.

Di lui ricordo anche la sua personalità. Era una persona misurata, poco incline ai protagonismi, ma capace di ascoltare e di comprendere le esigenze delle imprese. Sapeva mediare, creare consenso e tenere insieme interessi diversi senza perdere di vista l’obiettivo comune. Sono qualità che oggi, forse ancora più di allora, rappresentano un esempio importante.

Credo che il suo insegnamento più grande sia proprio questo: il successo di un’impresa è importante, ma il successo di un intero sistema ha un valore ancora maggiore. Manlio Armellini ha lavorato perché il design italiano crescesse nel suo insieme, perché le aziende avessero una piattaforma capace di valorizzarne il talento e l’eccellenza, ma anche perché le nuove generazioni trovassero un luogo dove essere viste, ascoltate e riconosciute. Ha contribuito a creare un’identità condivisa che ancora oggi rappresenta uno dei punti di forza del nostro Paese.

La storia di Poliform e quella del Salone del Mobile si sono intrecciate per oltre mezzo secolo. Per questo, quando ricordiamo Manlio Armellini, non ricordiamo soltanto un grande organizzatore o un manager di successo. Ricordiamo una persona che ha contribuito a costruire il contesto nel quale molte aziende, compresa la nostra, hanno potuto crescere, confrontarsi con il mondo e diventare protagoniste del design internazionale. È un’eredità che continua a vivere ogni anno, ogni volta che il Salone apre le sue porte e Milano torna a essere il centro del progetto contemporaneo.


L’ARCHITETTO JONATHAN WAJSKOL RICORDA MANLIO ARMELLINI

JONATHAN WAJSKOL

Salone, Cosmit, Design e Manlio: quattro parole di sei lettere, accomunate da una rete di significati che si sovrappongono e si arricchiscono reciprocamente. Ognuna rimanda al mondo del progetto, della cultura e dell’esposizione, mentre “Manlio”, diventa il termine che le riunisce e le rappresenta.

Manlio conobbe me prima ancora che io potessi conoscerlo. Ero troppo piccolo per ricordarlo, ma quando raggiunsi l’età della memoria iniziai a conservare frammenti di lui, tutti bellissimi.
Intorno al nostro tavolo di famiglia, Manlio era una persona molto calorosa ed empatica. Nonostante le enormi responsabilità che aveva, possedeva una naturalezza che lo rendeva incredibilmente disponibile e avvicinabile.

In un jazz club, mentre seguiva il ritmo con il suo modo composto, ma lasciando trasparire l’entusiasmo con cui ascoltava la musica; durante le gite in montagna con le pelli di foca, dove mostrava tutta la sua tenacia e il suo amore per la montagna. E poi, il saluto mentre lasciava la nostra stradina di Carimate a bordo della sua spider blu, con Armida, come sempre, al suo fianco.
Entusiasmo, tenacia, amore e passione erano il suo modus operandi. La stessa energia che portava al Salone del Mobile di Milano.

Manlio credeva nel design prima ancora che il resto del mondo ne riconoscesse pienamente il valore. Credere nel design significa considerare la progettazione uno strumento culturale ed etico, capace di trasformare la realtà e migliorare la vita delle persone attraverso la sintesi di funzione, bellezza e sostenibilità. Il design non è soltanto estetica, ma un metodo per risolvere i problemi e dare forma al futuro.

Manlio non solo è riuscito ad appoggiare ed ampliare progressivamente il settore produttivo, ma tramite il salone ha dato un’identità alla città di Milano che ha creato un espressione culturale molto forte. Grazie al salone, Milano è diventata il centro internazionale e sinonimo d’eccellenza, conquistandosi la reputazione di una delle città più importanti nel mondo del design Italiano.alone, Cosmit, Design e Manlio: quattro parole di sei lettere, accomunate da una rete di significati che si sovrappongono e si arricchiscono reciprocamente.

Ognuna rimanda al mondo del progetto, della cultura e dell’esposizione, mentre “Manlio”, diventa il termine che le riunisce e le rappresenta.


ELENA PARDINI SU MANLIO ARMELLINI

Sono trascorsi 18 anni da quando mi sono avvicinata al mondo della comunicazione e dell’ufficio stampa. Il lavoro in questo arco di tempo ormai maggiorenne è evoluto (o involuto? Viene da chiedersi…) alla velocità della luce, con trasformazioni viscerali che ne hanno stravolto prassi, modalità di racconto, narrazioni, relazioni che vi stanno attorno. L’interesse delle notizie è diventato strettamente correlato alla loro capacità di generare clic, le edicole chiudono perchè in pochi ormai comprano i giornali, e ormai tutti convivono grossa parte delle loro giornate con piccoli schermi, in cui i social restituiscono una realtà filtrata che si muove in poche battute.
Ok, questo sappiamo, lo viviamo e ne prendiamo atto.
Mi sono sempre occupata, per radicata passione personale, di arte contemporanea e design. Nello stesso arco di tempo del mio mestiere, ho osservato la proliferazione di eventi, fiere, design week, appuntamenti imperdibili, in un calendario fittissimo di sovrapposizioni, in cui è molto difficile districarsi.
Si pensi alla design week milanese: prima c’era il Salone del Mobile. Unico, insostituibile evento mondiale del design, in cui tutti gli addetti ai lavori si trovavano in fiera.

Un personaggio illuminato quale il suo fondatore, Manlio Armellini, intuì presto che la sola fiera non fosse più sufficiente, e iniziò a collegarla al sistema città, generando una comunicazione completamente nuova e diversa per le aziende, creando reti di personaggi trasversali al design, nonché mostre irripetibili. Questa visione ha gettato le basi, attorno agli anni Duemila, al fenomeno del Fuorisalone, che ha permesso di ampliare lo sguardo del design oltre l’oggetto, mettendolo in mostra come installazione. Prima all’Università Statale e in alcuni quartieri – i district -, poi in tutta la città, facendo diventare cool zone periferiche che poi sono state dimenticate l’anno successivo.

Oggi il Fuorisalone conta 1000 eventi. E le design week fioriscono in tutto il mondo.

Come ci si muove in questa rete?
Stesso discorso per le fiere d’arte (moderna, ma soprattutto) contemporanea: la prima è stata Arte Fiera, di cui a febbraio 2027 si festeggia la cinquantesima edizione, poi la mappa si è ampliata: Milano, Torino, Verona e altre miriadi di fiere minori sparse per l’Italia.
Alla luce di ciò viene da chiedersi: ha ancora senso frequentare fiere e design week? Sono formati ancora interessanti in cui vale la pena perdersi e che hanno da dire ancora qualcosa? La risposta, a mio parere, è assolutamente si.
Perchè in questo mondo così rarefatto niente potrà sostituire quell’elemento puramente relazionale, fatto di incontri, di sguardi, di reti reali di persone che si trovano li, in quel momento, a vedere con occhi curiosi qualcosa. Non spegniamola, quella piccola fiamma di curiosità.
Certo, orientiamoci, informiamoci, selezioniamo a nostro piacimento, con sguardo aperto e critico, creiamo il nostro itinerario che ci consenta di destreggiarci nel mare magnum degli eventi. Perchè questo ancora ci permette di scoprire qualcosa di nuovo, oltre che consolidare relazioni fatte di persone, e non solo di clic.


Oltre il Salone

Alejandro Restrepo Perez

Il mio rapporto con il Salone del Mobile nasce, come spesso accade per chi fa questo mestiere a Milano, molto prima che diventasse per me un appuntamento professionale.
I primi Saloni li ricordo soprattutto come momenti di scoperta, entrare nei padiglioni significava confrontarsi con una quantità quasi fisica di idee, materiali, aziende e possibilità; si andava per vedere cosa stava succedendo, per conoscere, per lasciarsi sorprendere. Il design era lì, davanti a noi: si poteva vedere, toccare e, soprattutto, misurare.

Con gli anni, qualcosa è cambiato.

Il Salone ha progressivamente oltrepassato i confini del mobile, e forse persino quelli del design nella sua accezione più tradizionale. Il suo territorio si è allargato fino a intercettare altri mondi creativi come la moda, l’arte, il food, la tecnologia, l’ospitalità che diventando un osservatorio molto più ampio sulla cultura contemporanea; non penso che si tratti semplicemente di contaminazione, credo piuttosto che racconti un cambiamento nel nostro stesso modo di intendere la creazione.

Oggi un oggetto difficilmente vive isolato, esiste all’interno di un paesaggio fatto di relazioni, immagini, rituali e comportamenti.
La moda costruisce identità e desiderio, il food introduce convivialità, l’arte produce nuovi immaginari, l’architettura costruisce lo spazio nel quale queste esperienze possono accadere. Il design attraversa questi territori e, quando riesce a farlo senza perdere la propria identità, li mette in relazione.
Il rapporto con la moda è forse l’esempio più evidente, negli ultimi anni le maison sono entrate con sempre maggiore forza nella settimana del design, non soltanto presentando collezioni di arredo, ma appropriandosi temporaneamente di palazzi, cortili e luoghi simbolici di Milano attraverso installazioni ed eventi. Allo stesso tempo, molti brand del design hanno imparato dalla moda a costruire intorno al prodotto un universo, un’immagine, una narrazione.

Trovo che sia uno scambio estremamente fertile.
La moda ha portato una particolare sensibilità verso la comunicazione, la costruzione del desiderio e la capacità di trasformare una presentazione in un evento; il design, dall’altra parte, ha offerto alla moda una relazione più profonda con lo spazio, la materia, l’abitare e, forse, anche con il concetto di durata.
Ma è proprio osservando questa trasformazione che negli ultimi anni mi pongo una domanda:
fino a che punto il Salone può ampliare i propri confini senza perdere la propria identità?
La contaminazione tra discipline è una delle espressioni più interessanti della cultura contemporanea e credo sarebbe sbagliato cercare di stabilire confini rigidi; allo stesso tempo, sento la necessità che il Salone continui a essere, prima di tutto, il grande appuntamento annuale nel quale il design presenta se stesso, si interroga e si confronta.

Perché il rischio esiste: che la capacità di generare attenzione finisca per diventare più importante della capacità di generare progetto.
Mi interessa un allestimento quando non è soltanto spettacolare, ma quando riesce a costruire una relazione tra spazio, materia, luce, oggetto e persone; mi interessa quando, anche nella sua natura temporanea, contiene un pensiero, e oggi questo significa inevitabilmente interrogarsi anche sulla sostenibilità e sul senso stesso di costruire architetture destinate a durare pochi giorni.
In questo senso gli allestimenti possono diventare un vero laboratorio: lavorare sulla modularità, sul riuso, sulla riduzione degli sprechi e sulla possibilità di smontare e trasformare; ma, ancora prima dei materiali, credo che la domanda debba essere progettuale: quanto è necessario costruire per riuscire a raccontare un’idea?
Forse è proprio questa capacità di interrogarsi che il Salone non dovrebbe mai perdere.
Moda, arte e food possono essere straordinariamente interessanti quando entrano nella settimana del design portando nuove domande sull’abitare, sui materiali, sui comportamenti, sullo spazio e sul nostro modo di vivere; lo diventano meno, a mio avviso, quando la loro presenza risponde principalmente alla ricerca di visibilità ed è per questo che credo che la sfida dei prossimi anni sia continuare ad allargare il perimetro senza diluire il centro.

Il Salone è passato dall’essere una grande esposizione internazionale del mobile a diventare una piattaforma attraverso la quale leggere i cambiamenti della cultura del progetto; è una trasformazione straordinaria, che ha contribuito anche a cambiare Milano e la sua percezione internazionale, ma forse il suo futuro non consiste necessariamente nel diventare ogni anno più grande, più spettacolare o più trasversale.
La sua forza potrebbe essere esattamente l’opposto: continuare a essere il luogo nel quale, una volta all’anno, il mondo viene a Milano per capire dove sta andando il design e lasciare che moda, arte, food e gli altri universi della creatività entrino in questa conversazione non per prenderne il posto, ma per metterla in discussione, completarla e renderla ogni volta più complessa e contemporanea.

Profilo dell’autore:

ALEJANDRO RESTREPO PEREZ

Architetto e Project Manager

Cofondatore di ARPconcept

Con oltre 20 anni di esperienza nella produzione di eventi, una formazione in Architettura ed esperienze in Colombia, Spagna e Italia, la competenza di Alejandro Restrepo spazia dalla progettazione di spazi temporanei all’interior design, dalla progettazione del paesaggio alla produzione di eventi, con particolare attenzione alle mostre.

Alejandro vanta una vasta rete di contatti e professionisti in grado di realizzare progetti di alto livello in modo impeccabile.
http://www.arpconcept.it/about

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