Ranuccio Bianchi Bandinelli. Patrimonio archeologico e identità collettiva

di Marco Cerruti

In un’epoca proiettata verso il futuro, fra Intelligenza Artificiale e nuovi assetti geopolitici, ha ancora senso parlare di archeologia? E in particolare, ha senso interessarsi oggi alla storia di un archeologo del secolo scorso? In molti si porranno questa domanda, ma la risposta non può che essere una: la Storia resta il primo strumento per avere consapevolezza delle radici su cui nasce e si regge la nostra identità ed il senese Ranuccio Bianchi Bandinelli (1900 – 1975), massimo esperto italiano di arte romana, ne fu un impegnato studioso che dedicò la propria vita alla salvaguardia e divulgazione delle testimonianze archeologiche del nostro Paese.

Così si espresse a proposito del patrimonio culturale italiano:

“Sono persuaso che l’unico modo di salvare il patrimonio di cultura e di civiltà che oggi è diviso tra pochi e che i molti, non intendendolo, potrebbero distruggere, sia di rendere tale patrimonio accessibile a tutti, di farlo penetrare nella coscienza della collettività”.

Nato a Siena da una famiglia di antica nobiltà locale, Ranuccio Bianchi Bandinelli dimostrò fin da giovane uno spiccato interesse per il mondo antico. Si laureò in Lettere a Roma nel 1923 con una tesi su Chiusi etrusca, pubblicata due anni più tardi sulla rivista “Monumenti Antichi dei Lincei” con il titolo “Clusium. Ricerche archeologiche e topografiche su Chiusi e il suo territorio in età etrusca”. Nel 1929, Bandinelli assunse la cattedra di Archeologia presso l’Università di Cagliari, nel 1931 passò all’Università olandese di Groningen e poi a Pisa e Firenze, dove insegnò dal 1939 al 1943. Nel 1935 contribuì alla fondazione della rivista “Critica d’Arte”. Dal 1945 al 1947 fu direttore generale delle Antichità e Belle Arti e in questa veste promosse la ricostruzione dei monumenti danneggiati dalla guerra e il recupero delle opere esportate illecitamente. Successivamente riprese l’insegnamento presso l’Università di Cagliari, poi a Firenze e infine a Roma, dove giunse nel 1957 poco dopo l’uscita del suo volume “Organicità ed astrazione”, pubblicato nel 1956. A Roma fu anche direttore della Scuola nazionale di Archeologia e membro del Consiglio superiore delle Antichità e Belle Arti (1959-1963).

Bandinelli fu da sempre sostenitore del ruolo primario dei beni culturali nella costruzione dei valori identitari nazionali, ancor più in un Paese come l’Italia dove sono presenti la gran parte dei beni culturali mondiali. Ben lo sapeva anche il regime fascista e lo stesso Mussolini che, riconosciuto il ruolo di spicco di Bandinelli nel mondo accademico dell’epoca, lo volle  come guida personale all’Ara pacis, in occasione della visita del Fϋhrer a Roma il 6 maggio 1938. Va ricordato che Bandinelli, nonostante l’avanzamento di carriera di cui godette proprio in quegli anni, fu segretamente convinto antifascista e dopo la guerra si allontanò dalle idee di Benedetto Croce per iniziare a sostenere posizioni marxiste ed iscriversi al Partito comunista di Togliatti.

Quale riflessione elaborare  oggi dalla complessa esperienza di vita di Ranuccio Bianchi Bandinelli per orientarci in un presente dove le culture sono sempre più destinate a fondersi e contaminarsi e contemporaneamente si fa sempre più forte la ricerca d’identità? Anche nel mondo globale, ogni uomo vuole conoscere i cromosomi della propria cultura e del proprio essere, tanto più quanto capisce che essi oggi sono destinati a fondersi con quelli di altre civiltà.

Fra i tanti lasciti culturali che Bandinelli ci ha offerto, oltre agli indiscussi meriti scientifici, è da rimarcare per l’attualità del tema,  l’importanza che egli attribuiva alla conoscenza e condivisione del patrimonio culturale italiano in funzione della conservazione dei valori identitari del nostro paese. Sta oggi a noi allargare la condivisione dei beni culturali a livello globale e far sì che diventino un patrimonio comune per l’individuo di un imminente domani, quando gli Uffizi e il Museo di Taipei potranno costituire finalmente un patrimonio comune, un terreno incredibilmente fertile dove affondare le proprie radici.