Articolo - Dal digitale alla Val d’Orcia per ripensare l’arte

di Manuela Macelloni

Che cosa è arte? Questa è una di quelle domande che hanno perseguitato molti filosofi da Plotino fino ad arrivare a Heidegger, ma il punto della questione oggi si fa sempre più arduo.

Se l’arte umanista aveva una sua precisa dimensione nella quale l’essere umano emergeva da una natura esterna e attentamente forgiata dalla sua mano, gli animali erano presenti come ornamenti per mostrare sempre e solo l’emergenza della condizione umana, con l’arte postumanista le cose cambiano molto.

E, potremmo in qualche modo dire, che proprio l’arte sia una delle forme di espressione che meglio incarna l’essenza del postumanismo. È infatti una mostra del 1992 curata da Jeffrey Deitch a sdoganare il concetto di postumanismo al grande pubblico.

Il curatore propone una serie di artisti che pongono il corpo quale palcoscenico stesso dell’arte, l’umano non è più una figura “essenziale” ed impenetrabile, ma diviene appunto direttamente permeato dagli elementi circostanti. Che si tratti di forme inorganiche (macchine) od organiche (animale, natura) l’arte coglie l’umano all’interno della metamorfosi che gli ultimi cento anni gli hanno imposto.

Il secolo corto, infatti, è stato il teatro dell’incursione della tecnica nella realtà, cambiando molte delle prospettive, ma soprattutto cangiando la percezione che l’umano ha di sé stesso. Dal centro dell’universo, fonte di conoscenza e saggezza etica egli si trova dinanzi a un organismo non organico in grado di sminuire programmaticamente le sue facoltà.

È il filosofo tedesco Anders, nell’opera L’uomo è antiquato, a definire l’umano una faulty construction, appunto per evidenziare la fallibilità e l’inadeguatezza che l’uomo percepisce dinanzi alla macchina. La nuova lettura della condizione umana porta l’uomo a non essere più saldo sulle proprie certezze antropocentriche e a dover mettere in seria discussione il suo ruolo all’interno della realtà: questa rilettura diviene il tema principale di tutta l’arte a venire, un’arte che non ha la funzione di rassicurare ma di perturbare, che non mette in scena l’ordine Apollineo, quanto il caos Dionisiaco.

Ciò detto per comprendere come la domanda circa l’arte accompagni anche la domanda relativa all’identità della nostra condizione di esseri umani.

Credo che all’interno dei differenti progetti che il mondo artistico ci propone è anche interessante, oggi, “come” può essere fruita l’arte.

È da un’idea di Rosanna Brambilla e Alessandro Ficola che ha preso forma il progetto del Val d’Orcia Art Festival. La fruizione delle opere è avvenuta prima attraverso una galleria online dove gli utenti hanno potuto esprimere le loro preferenze ed ora, a partire dal 6 di dicembre, con una mostra permanente fino al 6 gennaio nella città di Chiusi all’interno del Museo Civico. Sarà in questo luogo che i finalisti esporranno le loro opere per la votazione finale da parte di una giuria di esperti, ma soprattutto sarà quella dimensione dove le loro opere troveranno un nuovo luogo in cui respirare oltre lo spazio della rete.

Gli artisti in gara sono diversi e presentano differenti modi di esprimere l’arte che comprende la pittura, la fotografia, la scultura, il disegno; tuttavia, la cosa straordinaria di questa impostazione è sfruttare la democraticità dello spazio della rete; se si vuole visitare la mostra basta andare sul sito www.valdorciaartfestival.com.

L’arte, soprattutto oggi, ci appare come un fenomeno elitario riservato solo ad “alcuni” e questi non sono umani a caso, quanto persone con una certa posizione sociale e politica nella nostra società ancora intrisa di umanismo.

Inoltre, spesse volte, ci lamentiamo di come vengano usati male gli spazi di vera tangibilità, che ha prodotto il fenomeno tecnico e di uno spazio – che ci piaccia o meno – realmente esistente che è quello del digitale; sono convinta che questa proposta di Brambilla e Ficola che permette all’arte di essere non solo democratica, ma anche virale sia una nuova possibile esperienza della dimensione artistica. Prima conosciamo opere ed autori nello spazio digitale, nel loro non essere un corpo o nell’essere un corpo in proiezione, poi, in un secondo momento, possiamo godere della materialità reale dell’arte incontrandola dal vivo appunto al Museo Civico di Chiusi.

Questa mostra, che vi consiglio di visitare, ha valore non solo per le opere esposte ma per l’innovatività con cui ci consente ad approcciarci all’arte. Non solo il non-organico ci penetra e ci trasforma, ma modifica anche le nostre esperienze del mondo, compresa quella artistica.

L’inaugurazione della mostra fisica si terrà il giorno 6 dicembre alle ore 17.30 presso il Museo Civico di Chieti; abbracciati dalla storia si tenterà di scrivere una nuova storia che unisce arte, digitale, reale e virtuale.

Un’occasione da non perdere!